Aumento del prezzo del petrolio e contratti internazionali: come gestire l’hardship nelle supply chain globali

14 Marzo 2026

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Quando la crisi energetica mette in crisi le filiere internazionali

Lo Stretto di Hormuz è probabilmente il punto strategico più importante per il commercio mondiale di petrolio. Circa il 20% del petrolio e del gas globale, infatti, transita ogni giorno da questo stretto passaggio tra il Golfo di Oman e il Golfo Persico.

A seguito della guerra scoppiata nell’area, l’effetto sui mercati energetici è stato quasi immediato: il prezzo del petrolio è salito rapidamente oltre i 100 USD/barile e non è chiaro dove potrà arrivare nei prossimi mesi. Con esso aumentano i costi di trasporto, produzione e approvvigionamento lungo l’intera catena industriale in molti settori.

Per molte imprese che operano nel commercio internazionale questo fenomeno produce un problema molto concreto. Contratti conclusi mesi (o anni) prima – magari a prezzo fisso – devono essere eseguiti in un contesto economico completamente diverso.

Un produttore che ha venduto merci con consegna tra sei o dodici mesi può trovarsi a produrre e spedire con costi energetici molto più alti, mentre il prezzo concordato con il cliente rimane invariato.

È una situazione che si ripresenta ciclicamente, per diverse ragioni: dalla pandemia Covid‑19 alla successiva crisi delle materie prime, fino alle tensioni geopolitiche attuali.

Quando l’aumento dei costi è così repentino e significativo, sorge inevitabilmente una domanda: il contratto deve essere eseguito comunque alle condizioni originarie oppure è possibile sospendere o rinegoziare l’accordo per adattarlo alle nuove circostanze?

La risposta dipende da diversi fattori: innanzitutto da ciò che le parti hanno previsto (o non previsto) nel contratto, ma anche dalla legge applicabile al rapporto e dall’interpretazione che giudici o arbitri potranno dare delle norme in caso di controversia.

Forza maggiore e Hardship: due concetti diversi

Quando si verificano eventi straordinari – come una guerra, una crisi energetica o l’interruzione di una rotta commerciale – molti operatori invocano immediatamente la forza maggiore. Tuttavia, nella maggior parte dei casi queste situazioni rientrano piuttosto nella categoria della eccessiva onerosità sopravvenuta (hardship).

È quindi fondamentale distinguere tra queste due situazioni.

Quando un evento rappresenta causa di Forza Maggiore

La forza maggiore riguarda i casi in cui un evento straordinario e imprevedibile rende impossibile eseguire il contratto.

Le caratteristiche della causa di esonero dalla responsabilità dipendono dalla legge applicabile al rapporto commerciale, ma generalmente richiedono:

  • imprevedibilità dell’evento;
  • estraneità alla sfera di controllo della parte colpita;
  • impossibilità di evitare o superare l’evento con ragionevoli sforzi.

Esempi tipici sono:

  • ordini dell’autorità che impongono la chiusura della produzione
  • embargo o divieti di esportazione
  • blocchi logistici causati da guerra

In queste situazioni la prestazione non è semplicemente più costosa: diventa oggettivamente impossibile. La conseguenza è che la parte che non può adempiere è generalmente esonerata da responsabilità per la durata dell’evento.

Hardship (eccessiva onerosità sopravvenuta)

Diversa è la situazione in cui l’esecuzione del contratto rimane possibile ma diventa economicamente molto più onerosa.

Il concetto di hardship si basa generalmente su quattro presupposti:

  1. evento sopravvenuto dopo la conclusione del contratto
  2. imprevedibilità e straordinarietà dell’evento
  3. alterazione sostanziale dell’equilibrio economico del contratto
  4. eccessiva onerosità della prestazione, ma non impossibilità

Un forte aumento del prezzo del petrolio, del gas o di altre materie prime rientra spesso in questa categoria.

Le merci possono essere prodotte e consegnate, ma farlo può comportare costi molto superiori rispetto a quelli previsti al momento della firma del contratto.

L’effetto a cascata lungo la supply chain internazionale

Nelle filiere industriali globali la stessa merce è spesso oggetto di una sequenza di contratti collegati.

Il produttore vende a un trader, che vende a un’impresa di trasformazione, che rivende a un importatore in un altro paese, che a sua volta distribuisce il prodotto sul mercato finale.

Quando si verifica un evento di hardship – ad esempio un forte aumento del prezzo dell’energia – l’effetto tende quindi a propagarsi lungo tutta la supply chain.

Il primo soggetto colpito dall’aumento dei costi cercherà di trasferire l’incremento alla propria controparte contrattuale, che a sua volta si troverà nella stessa situazione nei confronti dell’anello successivo della catena.

Il rischio è evidente: uno degli operatori nel mezzo della catena può subire un aumento dei costi a monte senza essere in grado di trasferirlo a valle.

Questo è uno dei problemi più frequenti nelle supply chain internazionali.

Cosa accade se manca una clausola sulla fluttuazione dei prezzi

Nella pratica commerciale accade spesso che le parti operino sulla base di ordini e conferme d’ordine senza un vero contratto scritto, oppure che il contratto esista ma non contenga alcuna clausola sulla fluttuazione dei prezzi o sull’hardship.

In questi casi, quando si verifica un forte aumento dei costi, occorre verificare quale legge si applica ai singoli contratti di vendita lungo la supply chain.

Questo può generare situazioni molto diverse tra loro:

  • una legge può consentire la revisione del prezzo o la risoluzione del contratto
  • un’altra normativa può non prevedere rimedi equivalenti
  • un terzo contratto può contenere clausole contrattuali molto più restrittive

Il risultato pratico è che un operatore nel mezzo della catena può subire un aumento dei prezzi dal proprio fornitore senza poterlo ribaltare sul cliente.

Una normativa comune: la Convenzione di Vienna sulla vendita internazionale (CISG)

Fortunatamente, molti contratti di vendita internazionale sono regolati dalla Convenzione di Vienna del 1980 sulla vendita internazionale di beni mobili (CISG).

La convenzione è stata ratificata da 97 paesi, tra cui l’Italia e la maggior parte dei principali partner commerciali, come USA, Canada, Cina, Germania, Francia, Spagna, etc.

La norma centrale è l’articolo 79, secondo il quale una parte non è responsabile per l’inadempimento se dimostra che esso è dovuto a un impedimento:

  • fuori dal suo controllo
  • imprevedibile al momento della conclusione del contratto
  • inevitabile o non superabile

Tradizionalmente questa norma è stata applicata ai casi di forza maggiore.

Negli ultimi anni si è discusso se possa essere applicata anche ai casi di hardship, ma la giurisprudenza internazionale tende ad essere molto prudente.

La giurisprudenza internazionale sull’Hardship

Le decisioni dei tribunali mostrano un orientamento piuttosto rigoroso.

In alcuni casi anche aumenti molto significativi dei costi delle materie prime non sono stati considerati sufficienti per modificare o sospendere il contratto.

Il ragionamento è semplice: chi opera professionalmente nel commercio internazionale deve mettere in conto una certa volatilità dei mercati.

Solo quando l’aumento dei costi supera un livello eccezionale e imprevedibile tale da alterare radicalmente l’equilibrio del contratto si può parlare di hardship.

Uno dei casi più citati è la decisione della Corte Suprema belga nel caso Scafom, che ha riconosciuto il diritto di rinegoziare il contratto a seguito di un aumento del 70% del prezzo dell’acciaio.

Tuttavia si tratta di casi relativamente rari.

Le clausole generiche che non servono.

Molti contratti contengono clausole di hardship copiate da modelli standard (boilerplate).

Il problema è che queste clausole spesso:

  • elencano gli effetti dell’hardship
  • ma non definiscono quando l’hardship si verifica realmente

Il risultato è che, quando i prezzi aumentano, le parti possono avere opinioni molto diverse su cosa costituisca un aumento “eccezionale” e se l’evento in questione fosse “imprevedibile” o meno.

La clausola, quindi, non risolve il problema, ma lo rimanda alla discussione tra le parti e, in caso di mancata intesa, ai giudici o agli arbitri.

Quali parametri possono definire una situazione di Hardship

Per rendere la clausola realmente operativa è utile prevedere parametri oggettivi.

Tra i più utilizzati nei contratti internazionali:

  • aumento o diminuzione del prezzo di una materia prima oltre una certa soglia (±20% o ±30%)
  • incremento dei costi di trasporto o logistica entro certi limiti;
  • oscillazioni rilevanti del tasso di cambio oltre un range determinato;
  • introduzione di dazi o restrizioni commerciali

Questi parametri, legati a range di tolleranza,  consentono alle parti di identificare rapidamente e senza discussioni l’evento di hardship.

I rimedi in caso di Hardship

Una clausola efficace dovrebbe prevedere anche come gestire la situazione.

Le soluzioni più utilizzate sono:

  • rinegoziazione in buona fede del contratto
  • revisione automatica del prezzo
  • nomina di un terzo esperto indipendente per determinare il nuovo prezzo
  • sospensione temporanea del contratto
  • diritto di recesso se non si raggiunge un accordo

Questi strumenti permettono alle parti di gestire la crisi senza arrivare al contenzioso.

Audit sui contratti in corso: cosa fare adesso

A questo punto la domanda pratica diventa: come gestire il problema nei rapporti commerciali esistenti?

Il primo passo è effettuare un audit dei contratti in essere con fornitori e clienti.

1. Introdurre contratti completi nei nuovi rapporti

Se i rapporti sono regolati solo da ordini e conferme d’ordine, è opportuno cogliere l’occasione per predisporre contratti di vendita internazionale completi, che includano:

  • clausola di hardship
  • disciplina delle garanzie
  • rimedi per inadempimento
  • limitazioni di responsabilità

2. Aggiornare i contratti esistenti

Se il rapporto è già regolato da un contratto, occorre verificare se esiste una clausola di hardship.

In caso contrario può essere utile proporre alla controparte:

  • un nuovo contratto, oppure
  • un addendum contrattuale dedicato alla gestione della fluttuazione dei prezzi.

Questo consente di prevenire conflitti futuri e dotare entrambe le parti di strumenti chiari per gestire eventuali shock dei prezzi lungo la supply chain.

Conclusione

Le crisi delle materie prime e dell’energia dimostrano quanto i contratti internazionali siano esposti a cambiamenti improvvisi delle condizioni economiche. Quando il contratto non disciplina in modo chiaro la gestione dell’hardship, il rischio non scompare: semplicemente si sposta lungo la supply chain fino a fermarsi sull’anello più debole della catena.

Per questo motivo le imprese che operano all’interno di catena di fornitura internazionali dovrebbero considerare la clausola di hardship come uno strumento strategico di gestione del rischio contrattuale. Un contratto ben costruito non elimina la volatilità dei mercati, ma consente alle parti di affrontarla con regole chiare, riducendo l’incertezza e prevenendo contenziosi.

Roberto Luzi Crivellini

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